Di Matteo: “Sforzo nelle inchieste per Paolo”

L’intervento del pm palermitano al convegno “In che Stato è la mafia?” organizzato da Antimafia Duemila

di matteo

PALERMO – Hanno trascorso una parte della loro vita accanto a Paolo Borsellino, impegnati a trovare quella verità sulle stragi, ancora frammentaria, parziale, incompleta. Una verità che presenta buchi neri, profondi come le connivenze, le complicità che portarono una parte malata delle istituzioni di questo Paese a dialogare e scambiarsi favori con Cosa Nostra. Quella parte che ha agito nell’ombra, che ha armato la mano dei killer, è ancora lì, è stata capace per 25 anni di rimanere impunita, invisibile, enormemente potente.

Si sono ritrovati attorno a un tavolo nell’atrio della facoltà di Giurisprudenza di Palermo, che ha ospitato il convegno “In che Stato è la mafia?”, organizzato da Antimafia Duemila in memoria del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Tra i relatori, anche il Pm Nino Di Matteo, che ha posto una serie di interrogativi, degli spunti di riflessione, forse un grido d’allarme. Vi proponiamo il suo intervento.

“Io non sono d’accordo con chi continua a prospettare, specialmente in questi giorni, l’idea che per la strage di via d’Amelio le ricostruzioni giudiziarie abbiano fallito. Il problema non è soltanto quello della revisione di 7 condanne all’ergastolo, dobbiamo ricordare tutta la verità e non dobbiamo dare alibi a chi non vuole continuare a cercarla. Bisogna partire da dati di fatto, e i dati di fatto sono che per la strage di via di Capaci ci sono 37 sentenze definitive di condanna per strage e per la strage di via d’Amelio ce ne sono 22, fatte salve le 7 soggette a revisione. E’ stato fatto comunque un lavoro che ha prodotto dei risultati che, nel nostro Paese, quello in cui molte stragi sono ancora oggi totalmente impuntite, non è un risultato da poco. Chi conosce quegli atti sa che quelle sentenze non devono costituire un punto di arrivo finale nello sforzo nella ricerca della verità, ma dovrebbero costituire un punto di partenza attraverso il quale rilanciare la ricerca sempre più necessaria, di sempre più evidenti responsabilità di ambienti e uomini estranei a Cosa Nostra.

Sono veramente numerosi e concreti gli spunti, gli indizi, i fatti dai quali partire. Ve ne voglio ricordare soltanto alcuni sotto forma di dubbi, di capitoli che devono essere tutt’ora approfonditi. Perchè fu sottovalutato l’allarme del ministro degli Interni Scotti, all’indomani della strage di Capaci che in Parlamento riferì di una campagna destabilizzante condotta anche dalle mafie, per sovvertire l’ordine democratico del Paese. Perchè non fu creduto, nonostante la successiva strage di via d’Amelio dimostrò che quella previsione non era azzardata? Perchè venne sostituito il ministro che aveva lanciato quell’allarme? Perchè Cosa Nostra era già pronta a uccidere Giovanni Falcone a Roma, e lo avrebbe potuto fare con minore rischio e minore dispendio di energie, mezzi e uomini e Salvatore Riina diede l’ordine agli uomini già pronti a Roma, di rientrare immediatamente in Sicilia perchè l’attentato doveva essere fatto in maniera eclatante a Palermo?

Cosa intendeva dire Riina, quando nelle intercettazioni ambientali di un paio di anni fa, confidava al suo compagno di socialità di avere detto a Salvatore Cancemi – altro uomo della commissione provinciale di Cosa Nostra – che se fosse circolata all’interno di cosa nostra la piena verità sulle stragi, sarebbe stata la fine dell’organizzazione?
Queste parole sono state dette da Salvatore Riina. Prima ci dicevano di basarci sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, oggi non bastano più neanche come spunto di indagine le parole di quelli che abbiamo fatto condannare per le stragi. Quali sono le persone importanti di cui ha parlato lo stesso Cancemi, che in quel periodo a cavallo tra le stragi, incontravano Riina? Perchè qualcuno si è preoccupato di fare sparire gli appunti informatici di Giovanni Falcone?

Perchè Giovanni Falcone tra i pochi atti che aveva portato con sé da Palermo a Roma, aveva glia tti relativi a Gladio, quei pochi che la Procura di Palermo di allora gli fece pervenire e conoscere e che lo stesso Falcone considerava molto importanti? Perchè il telecomando di Capaci viene consegnato a Giovanni Brusca giusto da Pietro Rampulla, una persona che come uomo d’onore del messinese ha una storia relativamente modesta, ma che si caratterizza per i suoi collegamenti con ambienti significativi della destra eversiva?

E perchè quel giorno a Capaci, accampando una scusa, Pietro Rampulla che doveva azionare il telecomando – secondo le dichiarazioni di Giovanni Brusca – non si presenta a Capaci? Cosa si nasconde dietro la morte di Gioè? Qual è il vero significato delle annotazioni trovate vicino al cratere di Capaci contenenti numeri telefonici di un centro Sisde e del vice capo centro dottor Narracci del Sisde a Palermo? Perchè in tempi così stretti dopo Capaci, via d’Amelio? Quando gli uomini di Cosa Nostra stavano cominciando a capire e avevano capito bene che dopo l’iniziale reazione alla morte di Falcone, quella reazione si stava spegnendo e in Parlamento stava prevalendo il pensiero di chi non voleva convertire in legge il decreto Scotti che aveva introdotto il 41bis.

Però Riina dice “dobbiamo fare la strage di via d’Amelio ad ogni costo, perchè così c’è stato detto che è opportuno fare”. Qual è il motivo di questa accelerazione, che cosa di dissero gli ufficiali dei Ros e Paolo Borsellino effettivamente il 25 giugno, quando si incontrarono alla caserma Carini di Palermo? Perchè tre giorni dopo quando Paolo Borsellino incontrò casualmente all’aeroporto di Roma la dottoressa Ferraro che gli accennò dei discorsi che le aveva fatto un ufficiale dei Ros dei carabinieri, sui contatti con Ciancimino, Paolo Borsellino liquidò il discorso dicendo “lo so”, non mostrando nessuno stupore? Perchè queste cose non le dicono anche quando vengono fuori nei processi? La sottrazione dell’agenda rossa è stata forse funzionale ad impedire che si potesse risalire al motivo di tale fretta? Perchè è stato celebrato un processo di cui non sapete nulla?

Uno stimatissimo ufficiale dei carabinieri e un altrettanto stimatissimo funzionario della polizia di Stato, sono entrati in contrasto – tanto che uno dei due venne rinviato a giudizio per false informazioni al pubblico ministero – sulla presenza del dottor Contrada in via d’Amelio nei minuti immediatamente successivi all’esplosione.
Per tanto tempo si è parlato e giustamente sottolineato, come l’aspetto più importante delle dichiarazioni di Spatuzza fosse quello che era venuta fuori l’operatività militare del mandamento di Brancaccio e quindi dei fratelli Graviano in via d’Amelio.

Per tanto tempo si è detto che i Graviano rappresentavano il punto di collegamento possibile con ambienti esterni che avevano in qualche modo incoraggiato la strage. Oggi, pochi magistrati e pochi investigatori, pochi uomini del centro operativo Dia di Palermo che ci hanno seguiti in questi anni, hanno intercettato Graviano e dalla bocca di questa persona nel momento in cui ricostruiva le stragi del ’92 e del ’93, si è è trattato di cortesie, si è parlato di rapporti esterni. Io credo che a fronte di queste evenienze, dovrebbe essere doverosa una riapertura delle indagini sui mandanti esterni delle stragi. Dovrebbe essere, al di là dell’aspetto formale, doveroso ben più dei proclami per il 25°o dei finti unanimismi, moltiplicare esponenzialmente le risorse e l’impegno per proseguire queste indagini sulle stragi. E invece quale è stata la reazione? Anche qui c’entrano a mio parere le solite menti raffinate che governano e indirizzano diversi organi di stampa. La reazione è stata di minimizzare pregiudizialmente quelle conversazioni, quelle intercettazioni.

Per non tradire e calpestare la memoria di Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta, abbiamo una sola strada, è dura, è tortuosa, costerà lacrime e sangue a chi avrà il coraggio e la dignità di tracciarla e di percorrerla. Noi dobbiamo pretendere il massimo sforzo delle inchieste, dobbiamo pretendere che questo sforzo serio ed effettivo, come se fossimo all’indomani delle esplosioni a Capaci e via d’Amelio, venga fatto dalla Direzione nazionale Antimafia. Dalle direzioni distrettuali antimafia di Caltanissetta, Palermo e Firenze. Dobbiamo pretendere che la eccellenza delle forze di polizia che sono le migliori al mondo, si dedichi anche e in maniera forte, a questo tipo di inchieste.

Dobbiamo pretendere e valutare anche l’opportunità di una inchiesta di tipo politico, seria, da parte della Commissione parlamentare antimafia, che accompagni e sostenga lo sforzo giudiziario. Dobbiamo pretendere e sono io sta volta che lo chiedo io a voi, la massima attenzione dell’opinione pubblica, dovete continuare a pretendere verità e giustizia. Noi magistrati dobbiamo lottare per evitare che continui questa deriva di gerarchizzazione e burocratizzazione, di lottizzazione delle nomine e degli incarichi. Questo fa prevalere, in certa magistratura, i criteri di opportunità rispetto a quelli di doverosità dell’azione giudiziaria. Da parte mia, qualunque cosa accada in futuro, in qualsiasi veste o incarico mi troverò, con umiltà ma spero con tenacia e ostinazione, continuerò a impegnarmi per cercare la verità, tutta e qualsiasi costo. Solo così continuerà ad avere un senso la speranza che le idee, la passione, il senso dello Stato, l’amore profondo per questa terra che aveva Paolo Borsellino, continuino a vivere oggi ed in futuro. Solo così potremo tutti insieme spezzare quella insopportabile cappa di silenzio, rassegnazione, conformismo ed opportunismo, che sta intossicando la nostra democrazia e la nostra libertà.

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