TOGLIAMO IL DISTURBO

I redattori di Tribù, il direttore e l’editore prendono congedo dai lettori con la certezza di aver fatto il proprio dovere. Finisce la nostra esperienza editoriale 

Tribù pubblica oggi un’intervista esclusiva a Giovanni Paparcuri, il “commesso giudiziario” che scampò all’attentato a Rocco Chinnici e lavorò per anni fianco a fianco con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, nell’ufficio bunker del Palazzo di Giustizia di Palermo. Una testimonianza intima degli uomini dietro gli eroi, con i loro dubbi, le incertezze e le paure tenute fuori dalla porta blindata del “bunkerino”, dentro il quale, ricorda il signor Giovanni, i magistrati riuscivano ad avere anche qualche momento di serenità. Proprio mentre la mafia, fuori, progettava di ucciderli.

Riuscendoci pochi anni dopo, cogliendo i giudici in un profondo isolamento, da parte delle istituzioni, dei media e dell’opinione pubblica. Per aver tenuto la schiena diritta e aver perseguito la verità Falcone e Borsellino dovettero subire la pubblica reprimenda di politici, giornalisti, opinionisti. Oggi loro non ci sono più mentre i politici, i giornalisti e gli opinionisti ci sono ancora.

E si riempiono la bocca di “antimafia”, di “legalità”, di “memoria”, rincorrendo gli anniversari per il vuoto di una photo-opportunities e illudendo i più che le cose siano cambiate. Ma questa terra è ancora indubbiamente la stessa che venticinque anni fa chiese un sacrificio di sangue a uomini che facevano soltanto il loro lavoro. Mangiando e dormendo in ufficio, ricorda Paparcuri, bevendo centinaia di caffè e fumando migliaia di sigarette. Consumandosi d’amore per la loro professione e per un’isola che non ha ancora dimostrato di meritarlo.

Scriviamo queste cose, ci azzardiamo a parlare di Falcone e Borsellino – e di tutti gli altri martiri della lotta alla mafia, nel giornalismo, nella politica, nella Chiesa – senza che ce l’abbia chiesto il calendario. Senza che sia il 23 maggio o il 19 luglio, quando l’informazione main stream li ricupererà per poi riseppellirli fino a nuovo ordine.

Lo facciamo in coerenza con il progetto di questo giornale, nato per essere una voce libera in una terra – e in un momento storico – che ha della libertà un concetto equivoco. La nostra libertà è stata quella di beccarci querele sin dai primissimi  giorni di attività per un’inchiesta evidentemente sgradita sui poteri forti. La nostra libertà è stata quella di raccontare i fatti e i misfatti di tutto l’arco costituzionale beccandoci a turno la reprimenda di tutti. La nostra libertà è stata quella di dire che un tale livello di congestione, in Sicilia, non sarebbe possibile senza un robusto contributo di colletti bianchi e potentati.

Considerazioni confortate ogni giorno dalla Magistratura, in specie quella etnea, che ha svolto negli ultimi ventiquattro mesi un lavoro eccezionale di contrasto alla criminalità organizzata e alla corruzione. Non un giornale dei tribunali, il nostro, ma una piccola Tribù di giornalisti che si è confrontata ogni giorno con la sfida di fare informazione libera in un territorio difficile, senza remore e senza pretese, creando una comunità di diverse migliaia di lettori serviti con la maggiore devozione possibile.

Un impegno che rivendichiamo, ma i cui risultati stentano a vedersi. Alle soddisfazioni di questi mesi, spesso abbiamo affiancato delle delusioni. Altrettanto spesso le chiacchiere cattive di quanti volevano trovare ad ogni costo un secondo fine dietro queste pagine. Abbiamo le spalle larghe e ciò non sarebbe stato sufficiente a fermarci. Ma abbiamo anche il dovere di chiederci se abbia senso impiegare le nostre professionalità in una lotta contro i mulini al vento.

O se non sia meglio, con onestà e senza farla troppo lunga, concludere un’esperienza ricca di sfumature ma certamente bella e appassionante. I redattori di Tribù, il direttore e l’editore prendono congedo dai lettori con la certezza di aver fatto il proprio dovere. Che sia servito o no, non tocca a noi dirlo. Come dice ancora il signor Giovanni nell’intervista che vi invitiamo a leggere, non c’è soddisfazione più grande. 

2

  • Peccato avere saputo di voi da poco tempo.
    Sembrava strano che potesse durare tanto la Vs bella storia.

    Questa “terra” non sarå mai libera.

    Chi vuol esserlo, e per cìó lotta, prima o poi cederá.

    Forse 25 anni få a Palermo si sono definitivamente infrante
    tutte le speranze dei Siciliani onesti.

    Grazie per il Vs. Impegno.

    Santi.

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