Unioni civili: declassamento o parità?

La complessa disciplina del matrimonio delle unioni civili. La parola agli esperti

La legge n. 76 del 20 maggio 2016, pubblicata nella G.U. il 25 maggio, ha suscitato l’attenzione di molti, non soltanto tra gli “addetti ai lavori”, dal momento che ha dato una scossa importante al sistema italiano, in materia di regolamentazione dei rapporti familiari.
Tra i molteplici aspetti di cui si occupa l’unico articolo, di cui è costituita la legge, sarebbe bene soffermarsi sul comma 27, il quale così recita: “Alla rettificazione anagrafica di sesso, ove i coniugi abbiano manifestato la volontà di non sciogliere il matrimonio o di non cessarne gli effetti civili, consegue l’automatica instaurazione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso.”
Per capire bene la ratio di questa disposizione è necessario fare un passo indietro e dare un’occhiata alla normativa codicistica.
Prima del 20 maggio 2016, anzi più precisamente prima della sentenza della Cassazione, sez. 1, n. 8097 del 21 aprile 2015, esisteva nel nostro ordinamento il cd. “divorzio imposto” a seguito del cambiamento di sesso da parte di uno dei coniugi.

Infatti, ai sensi dell’art. 31 co. 6 del D. Lgs 1 settembre 2011 n. 150, la sentenza di rettifica dell’attribuzione di sesso determina lo scioglimento del matrimonio civile o la cessazione degli effetti civili del matrimonio religioso, anche se le parti manifestano la volontà di mantenere in vita la loro unione familiare.
Quest’ultima però appare essere una disciplina irrazionale e assolutamente discriminatoria rispetto alle altre coppie eterosessuali che possono decidere se sciogliere il matrimonio o salvarlo, opportunità non consentita in questa specifica ipotesi, nella quale non conta assolutamente la volontà del coniuge di accettare la rettifica del sesso del partner.
Ciò è, però, coerente con quanto contenuto nei principi generali che sottendono al concetto costituzionalistico e civilistico di matrimonio e di famiglia.

Infatti, non va dimenticato, che il combinato disposto degli artt. 29 Cost e 143 c.c. prevede il riconoscimento dei diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio il quale, sebbene tra i requisiti di validità non annoveri la diversità di sesso tra i coniugi, sicuramente presupposto ne è la presenza di un uomo e di una donna, come si desume dalla norma prima citata e dai continui riferimenti ai termini ‘marito’ e ‘moglie’.
La situazione sembra destinata a cambiare con la sentenza della Cassazione del 2005, con la quale è stata dichiarata l’illegittimità degli artt. 2 e 4 della l. n. 164 del 1982, con riferimento all’art. 2 cost., “nella parte in cui non prevedono che la sentenza di rettificazione dell’attribuzione di sesso che comporta lo scioglimento del matrimonio, consente, comunque, ove entrambi lo richiedono, di mantenere in vita un rapporto di coppia giuridicamente regolato con altra forma di convivenza registrata che tuteli i diritti e gli obblighi della coppia medesima.”
L’art. 1 co. 27, quindi, si pone perfettamente in linea con la sentenza del 2005 della Cassazione perchè garantisce e riconosce una forma di convivenza giuridicamente rilevante.
La rettifica del sesso da parte di uno dei coniugi comporta sicuramente una modifica sostanziale all’interno del rapporto familiare che risulta incompatibile con lo schema matrimoniale tradizionale, ma che, dal maggio 2016, può trovare uno spiraglio di tutela nella disciplina delle unioni civili.
Permane certamente la diminutio della loro situazione giuridica, dovuta ad una concezione ancora tradizionalista del matrimonio, ma va valutato in maniera positiva il passo avanti compiuto dal legislatore che sta cercando di dare voce e tutela a queste nuove forme di rapporti familiari.
Lo sa bene chi vive in prima persona questa esperienza, come è avvenuto a due donne spezzine, prima coppia in Italia che, a seguito della rettifica del sesso del coniuge, grazie alla legge Cirinnà, ha visto ‘declassare’ il loro matrimonio in unione civile, ma che, a detta loro, “possono ritenersi fortunate”.
Il legislatore della legge del 2016, forse, non si sarebbe potuto comportare diversamente, per ciò intendendosi il mantenimento della situazione giuridica ex ante, dal momento che avrebbe rischiato una denuncia di incostituzionalità ex art. 3 Cost.: la coppia infatti, che da etero sarebbe diventata omosessuale dopo la stipulazione del matrimonio, si sarebbe trovata in una condizione migliore di chi non ha stipulato nessun contratto matrimoniale con il coniuge, ciò comportando una disciplina ingiustificatamente differente per situazioni sostanzialmente identiche.

Dott.ssa Fiammetta Petralia

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