“Uomini di legge” nella Loggia di Corrado Labisi Catania ora faccia cadere il muro dell’omertà

Qualunque indagine sarà inutile se non corrisponderà ad una presa d’atto e ad una sanzione sociale da parte dell’opinione pubblica catanese

Rispunta prepotentemente la massoneria nell’inchiesta “Giano Bifronte” messa a segno la settimana scorsa dalla Procura distrettuale della Repubblica guidata dal Dottor Carmelo Zuccaro e dalla DIA di Renato Panvino.

L’indagine aveva portato all’arresto del Gran Maestro Corrado Labisi per appropriazione indebita ai danni dell’Istituto “Lucia Mangano”. Svuotando le casse della clinica, Labisi avrebbe finanziato i propri capricci e i famosi premi “antimafia” consegnati in pompa magna ad autorità e personalità catanesi e non solo.

Ci eravamo già chiesti se non fosse opportuno che costoro, dopo l’indagine che aveva interessato il Venerabilissimo, restituissero il premio per prendere le distanze da un simile personaggio. Definito socialmente pericoloso dai magistrati, e in rapporti di amicizia con mafiosi di grosso calibro come Giorgio Cannizzaro, clan Santapaola-Ercolano.

Ce lo chiediamo anche oggi che dagli interrogatori in corso in Procura emergono aspetti ulteriormente inquietanti dell’indagine. Secondo quanto riporta Live Sicilia Catania, Giuseppe Cardì, stretto collaboratore del Gran Maestro, finito ai domiciliari la settimana scorsa, avrebbe parlato dell’obbedienza massonica di Labisi, la “Serenissima Gran Loggia del Sud”. Affermando che alla Loggia avrebbero aderito persone di tutti i tipi, onesti e disonesti, ma anche “persone della legge”.

Dalla Loggia – di cui lo stesso Cardì afferma di far parte – sarebbe partita quella “rete” di fratellanze, conoscenze e amicizie che Labisi avrebbe tentato di utilizzare anche per bloccare le indagini su di sé. Ricordiamo che intercettato al telefono con Giuseppe Firrincieli, il Gran maestro della “Serenissima Gran Loggia del Sud” appare assai poco sereno parlando di teste da far saltare per la lesa maestà di un’indagine contro di lui.

Ricordiamo ancora che la loggia di Labisi, all’indomani del coinvolgimento nell’operazione “Fiori Bianchi”, era stata sospesa dalla Federazione Massonica e allontanata dal Grande Oriente d’Italia. E che nelle carte di quell’inchiesta Labisi veniva definito “legato al Cannizzaro da un rapporto che va al di la della mera conoscenza e che sottintende una comunanza di interessi per certi versi inquietante”. Conclusioni ribadite dagli inquirenti anche in quest’ultima indagine.

Alla luce di tutto ciò le parole di Cardì risultano doppiamente inquietanti. Confermando il sospetto che le logge in Sicilia siano l’anticamera dove si incontrano uomini delle cosche e uomini della legge per stringere indicibili accordi. Catania ha il dovere di chiedersi chi siano persone di cui parla Cardì, e che ruolo abbiano avuto nella “rete” di Labisi.

La nostra Magistratura, che ha dimostrato di non fermarsi di fronte a nessun potere e a nessuna minaccia, saprà andare fino in fondo sulla strada della verità e della giustizia. Ma ripetiamo che qualunque indagine sarà inutile se non corrisponderà ad una presa d’atto e ad una sanzione sociale da parte dell’opinione pubblica catanese, che escluda finalmente e definitivamente corrotti e collusi dal novero delle persone per bene confinandoli a quello dei criminali. Soltanto allora la nostra città sarà libera dal giogo che sedicenti maestri vorrebbero imporle.

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