Violenza domestica: Giorgia chiede giustizia

La storia di Giorgia ma anche di tante, troppe, donne

“Non ti posso augurare di ammazzarti con l’auto ma più o meno è il mio stato d’animo”

Un anno di violenze. Dalle minacce alle botte, la convivenza di Giorgia col padre di suo figlio, in pochi mesi, precipita. Una storia come tante, perché, purtroppo, le storie di violenza si somigliano tutte.

“Irriconoscibile”. Ecco come diventa col tempo il militare 29enne che, ad oggi, nonostante la vicenda giudiziaria, non è stato sospeso in via precauzionale dall’arma.

“Ho avuto l’impressione che affrontasse con timore tutto ciò che poteva corrispondere ad una mia affermazione individuale, come nel caso della mia laurea nel luglio 2015”, racconta Giorgia. Ed è proprio poco dopo che la situazione peggiora.

Le prime due violenze avvengono in casa per futili motivi, con schiaffi e botte testimoniati dai lividi dei giorni successivi. Violenza che l’uomo sembra giustificare accusando la compagna di avergli fatto perdere la pazienza.

“Tu le cose solo così le puoi capire” urla mentre la picchia.

Sotto sequestro, segregata dagli affetti più cari, sotto la minaccia di una punizione. Ecco come si sente Giorgia per mesi.

Nel settembre 2015 scopre di essere incinta ma i problemi, anziché diminuire, crescono. L’aggressione peggiore avviene lo scorso febbraio, quando Giorgia è incinta di 7 mesi e mezzo.

Schiaffi, colpi al torace e un livido di 4 cm alla tempia. Una “rabbia incontenibile” e “minacce ancor più terribili”. Terrorizzata, “ho evitato in tutti i modi di reagire per paura di accrescere la sua violenza”.

Da quell’episodio, Giorgia fugge da Varese tornando dai familiari in Sicilia. Lui le scrive, senza mai scusarsi ma ammettendo le botte.

“Lo so che probabilmente ho sbagliato molte volte e che legalmente non è giustificabile che io sia arrivato fisicamente su di te”. E ancora: “Ho detto chiaro e tondo a tutti che ti ho picchiata, non l’ho nascosto.”

Il pm Luca Pisciotta della Procura di Busto Arsizio ha chiesto l’archiviazione perché la violenza non era “abituale” e Giorgia non ha presentato alcun referto medico che possa testimoniare le percosse. Una decisione a cui si è opposto il legale della ragazza.

Cosa vuol dire “abitualità”? Tre aggressioni, danni morali, minacce e offese. Che non vi siano referti medici è “francamente sconvolgente  – scrive l’avvocato – nel Paese del primato dei femminicidi, la costante è che mai nessuno si fa refertare”. Perché poi, naturalmente, si dovrebbe denunciare.

Un dato Istat del 2007 testimonia come il 34% delle violenze subite dalle donne non vengano denunciate. Tra i motivi, anche la paura di non essere tutelate dalla legge.

Tribù vuole farsi promotore di una società in cui si denunci anziché celebrare funerali.

Leonardo è nato il 1 maggio 2016. Giorgia riparte da lui.

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