Violenze sugli alunni da parte delle maestre: maltrattamenti o abuso di mezzi di correzione?

Riflessione che trae spunto dal caso dell’insegnante di Capo di Ponte in Val Camonica, arrestata perché schiaffeggiava un alunno di terza elementare

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Negli ultimi anni l’abuso all’infanzia è diventato un tema di scottante attualità.

La cultura dei diritti dell’infanzia, di tutela del minore, non sembra inibire condotte gravemente lesive perpetrate a danno dei fanciulli. In Italia i casi di abusi sui minori, disabili e non, aumenta di giorno in giorno, ponendo interrogativi inquietanti.

Tra essi emergono con insistenza: perché un adulto sceglie di maltrattare un minore indifeso? qual è la risposta sanzionatoria dell’Ordinamento?

L’abuso è certamente un fenomeno complesso che può essere spiegato solo studiando con attenzione le relazioni e rapporti intra-familiari e extra-familiari del minore.

La valutazione della condotta maltrattante o abusante su un piano criminologico, infatti, richiede una attenta valutazione del singolo caso. Tuttavia, nel tracciare il profilo dell’adulto abusante possiamo certamente affermare che l’abusante è un soggetto che soffre di una grave incapacità a sintonizzarsi con i bisogni emotivi, affettivi e relazionali del minore.

L’adulto abusante, infatti, approfitta dello stato di inferiorità del fanciullo, utilizzandolo per soddisfare i propri bisogni psicologici. Al di là dello studio della condotta e personalità del reo, pur rilevante in ambito giudiziario, sul fronte sanzionatorio è di recente intervenuta la sentenza n. 4170 del 2016 della VI Sez. Penale della Cassazione.

Si tratta di un’interessante pronuncia, che interviene in punto di riqualificazione di condotte violente da parte degli insegnanti sugli alunni, distinguendo due fattispecie apparentemente contigue ma in realtà molto differenti: il reato di abuso di correzione disciplinato dall’art.572 c.p. e quello di maltrattamenti in famiglia, previsto dall’art. 571 c.p.

La pronuncia trae origine dal caso ben noto alle cronache giudiziarie dell’insegnante della scuola di Capo di Ponte in Val Camonica, arrestata nel 2012 dopo essere stata colta in flagrante dalle telecamere mentre schiaffeggiava un alunno di terza elementare.

In primo grado la maestra era stata condannata per il reato di maltrattamenti ai danni degli alunni, poi riqualificato dalla Corte d’Appello con il reato meno grave di abuso dei mezzi di correzione.

A parere della Corte d’Appello, infatti, l’autrice del reato non avrebbe posto in essere condotte costantemente ed inequivocabilmente vessatorie ai danni dei propri alunni. La Corte d’Appello riteneva che la maestra non voleva sottoporre le piccole vittime a maltrattamenti, e che la donna agiva nel convincimento di educare e correggere. Tuttavia l’insegnante ha ammesso le proprie responsabilità nel corso del procedimento a suo carico, chiarendo che il proprio insegnamento era improntato sulla severità.

Interveniva il ricorso in Cassazione del Procuratore Generale della Repubblica, il quale riteneva qualificabile la condotta come maltrattamento ai danni degli alunni, e non già come semplice abuso dei mezzi di correzione.

Ed infatti, ci si chiede, se in questa ipotesi era giusto parlare di correzione? La Cassazione ha più volte spiegato che con riguardo ai bambini il termine correzione è sinonimo di educazione, ma in ogni caso non si ritiene tale l’uso della violenza a scopi educativi. Ciò sia per il primato che la legge attribuisce alla dignità del minore ed in genere alla persona, sia perché non può realizzarsi un fine educativo sensibile a valori di pace e convivenza usando un metodo, quello violento, che tali valori contraddice.

Le acquisizioni della modera pedagogia escludono che possa farsi ricorso, a scopo educativo, alle umiliazioni ed alle sofferenze fisiche o psicologiche. Il minore è soggetto di diritto e come tal deve essere tutelato, ma l’effettiva tutela mal si concilia con il riconoscimento di uno ius corrigendi dai contenuti afflittivi.

La Suprema Corte, confermando il suindicato orientamento, accoglieva il ricorso del Procuratore, ribadendo che l’insegnante che usa come prassi metodi violenti, va punita per il più grave reato di maltrattamenti ai danni degli alunni. Detta pronuncia non può che essere condivisa, l’uso sistematico della violenza quale ordinario trattamento del minore, anche ove vi fosse un animus corrigendi non può che rientrare nel reato più grave di maltrattamenti rispetto a quello di abuso dei mezzi di correzione.
Avv. Claudia Di Dio del Foro di Catania, Cultore materie giuridiche e criminologiche – U.Kore di Enna – 

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