Le domande di Zuccaro e le non risposte del MOAS

L’incontro tra i rappresentanti del MOAS e la Commissione Difesa lascia dubbi aperti. Inevase molte questioni sollevate dal Procuratore etneo

 

ROMA – Era l’audizione più attesa dopo quella del Procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, una sorta di resa di conti per una vicenda che si trascina ormai da settimane e di cui non si vede la fine all’orizzonte. L’incontro tra i rappresentanti della Ong MOAS (Migrant Offshore Aid Station) e la Commissione Difesa del Senato lascia però molti dubbi aperti. A partire dalla domanda fondamentale: chi finanzia questa come altre Ong?

A rispondere alle domande dei membri della Commissione Christina Ramm-Ericson, responsabile del personale, Benjamin Briffa, direttore finanziario e Ian Ruggier, responsabile delle operazioni del MOAS.

Assenti i fondatori dell’organizzazione, i coniugi Christopher e Regina Catambrone, il cui nome era ricorso più volte negli ultimi giorni in relazione alle polemiche sul ruolo delle Ong nella gestione dei flussi migratori. Il MOAS era stato citato dal Procuratore Zuccaro come una delle Ong con aspetti economici e logistici da approfondire. Perplessità messe nero su bianco dal magistrato, rimaste per lo più inevase dall’incontro tra i rappresentanti della Ong e i senatori.

Cinque le questioni principali poste dal Procuratore di Catania, nelle stesse ore in cui si apprende che un’organizzazione è indagata a Trapani con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione. Cinque quesiti su cui si gioca la credibilità della vocazione umanitaria delle Ong.

  • CHI FINANZIA L’ORGANIZZAZIONE

Sulla natura dei finanziamenti le risposte sono vaghe. “Il MOAS disponeva all’epoca del mio intervento alla Commissione Schengen di due droni – aveva detto l’altro ieri Zuccaro  – Oggi dispone anche di un aereo che ha degli ingenti costi. Mi pongo la stessa domanda di allora: da dove proviene questo denaro?”.

“Nel 2014 l’operazione è stata finanziata interamente dai fondatori – spiega il direttore finanziario Benjamin Briffa – dal 2015, invece, a mezzo di donazioni private, di persone fisiche e giuridiche, principalmente di modesta entità singola”.  Impossibile conoscere i nomi dei benefattori, non comunicati dalla Ong. E ciò nonostante i bilanci dell’organizzazione siano milionari, tra i 5,5 e 6 milioni di euro nel 2015 e 2016. Unica curiosità soddisfatta, per smentire le voci apparse sui giornali negli ultimi giorni, l’assenza del multimiliardario George Soros tra i finanziatori del MOAS. 

  • GLI SCONFINAMENTI NELLE ACQUE LIBICHE

Per quanto riguarda il superamento delle acque territoriali, il MOAS conferma di aver oltrepassato il limite delle 12 miglia marine per effettuare dei salvataggi, ma su richiesta della Guardia costiera italiana. Un’autorizzazione confermata al Sole 24 Ore dal contrammiraglio Nicola Carlone, che ha spiegato come “l’ingresso nelle acque territoriali libiche non è mai stato esercitato in maniera autonoma ma sempre in seguito a una richiesta del centro di soccorso libico”.

Lo stesso contrammiraglio aveva però precisato come non si potessero escludere “casi di spegnimento del transponder” o di “mancata propagazione del segnale” tali da rendere possibile la presenza delle navi di là dal confine marino fuori dalle richieste della Guardia Costiera.

  • TRASPONDER STACCATI

Un eventualità della quale il Procuratore Zuccaro ha invece evidenza. “E’ documentato lo stacco dei trasponditori – aveva detto il magistrato – circostanza che può verificarsi o perché sono stati disattivati intenzionalmente o perché la nave opera in una zona d’ombra“. Una circostanza confermata dal rapporto Frontex sulle Ong, secondo cui “prima e durante le operazioni di salvataggio, alcune Ong hanno spento i transponder per parecchio tempo“.

Interrogati sul punto i rappresentanti di MOAS si sono limitati a smentire le accuse. ” Le navi operanti al servizio dell’organizzazione non hanno mai spento i loro trasponditori durante le operazioni di soccorso”, è la replica del responsabile delle operazioni Ian Rugger.

  • CONTATTI CON TRAFFICANTI DI UOMINI

In merito alla circostanza forse più grave, quella di contatti tra membri delle ONG e persone sulla terraferma libica, la smentita di MOAS è altrettanto secca. “Nego categoricamente di aver ricevuto chiamate dalla Libia”, dice Ian Rugger. Di tutt’altro avviso il Procuratore Zuccaro, che in diverse occasioni aveva spiegato come “da dati non utilizzabili processualmente, risulta l’esistenza di contatti tra la terraferma libica e operatori privati in mare per definire preventivamente il punto dove avverrà il soccorso“.

A paventare contatti tra la Libia e alcune organizzazioni anche il rapporto Frontex secondo cui “i telefoni satellitari consegnati agli scafisti contengono la lista dei contatti con i numeri diretti delle navi delle Ong e i migranti vengono istruiti dai trafficanti a segnalare la propria posizione”.

  • BANDIERE STRANIERE

Non meno importante, sebbene attinente ad un aspetto più che altro amministrativo, il fatto che diverse imbarcazioni a disposizione delle Ong battano bandiera di paesi terzi spesso non collaborativi con l’autorità giudiziaria italiana. “Molte di queste navi battono bandiera di Paesi (come le Isole Marshall o il Belize) con i quali vi è una difficile collaborazione giudiziaria”, aveva detto Zuccaro, notando come alcune di queste Nazioni fossero dei noti paradisi fiscali.

“Quanto alle navi utilizzate, MOAS si focalizza sulle capacità richieste e non sulla loro bandiera – risponde Ian Rugger – le due imbarcazioni battono rispettivamente bandiera delle Isole Marshall (Topaz Responder) e del Belize (Phoenix), a motivo del fatto che una è messa a disposizione da un fornitore, Thomas Marine, i cui mezzi battono tutti la stessa bandiera e l’altra è presa a noleggio”. Nessuna scelta precisa, insomma, dietro la bandiera delle navi utilizzate dalla Ong. 

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